Il punto di Salvo Vitale: Forum del 5 Maggio
Iniziato a Cinisi l’XI Forum per ricordare il 34° anniversario della morte di Peppino Impastato. I lavori sono stati aperti sabato pomeriggio con un incontro su “Mafia, antimafia e dintorni”. Ha coordinato i lavori Salvo Vitale, il quale ha parlato della presenza in zona di consistenti diramazioni del clan dei Lo Piccolo, e di altri delinquenti locali, alcuni dei quali continuano a estorcere il pizzo agli imprenditori, in particolare a quelli che realizzano opere con i finanziamenti pubblici, mentre altri investono i proventi illeciti in fiorenti attività commerciali. Per quel che riguarda l’antimafia ha individuato un’antimafia istituzionale, che è quella caratterizzata dal lavoro dei giudici, delle forze dell’ordine e delle forze politiche, e un’antimafia militante, che è quella messa in atto da associazioni, scuole, cooperative, gruppi sociali. Proprio sulle caratteristiche di quest’ultima si è avviato un dibattito riguardante la commercializzazione di attività che, nella realizzazione di alcuni progetti, includono anche forme di lucro, oppure che utilizzano i finanziamenti per mettere in atto attività formali senza il risultato finale del conseguimento di una vera coscienza antimafia. In tal senso Salvo Vitale ha evidenziato la differenza tra educazione alla legalità ed educazione antimafia, che spesso vengono confuse, senza curare la peculiarità dell’antimafia, la quale richiede un metodo educativo “maieutico”, come quello ideato da Danilo Dolci, e una progressiva liberazione dalle sedimentazioni di una plurisecolare trasmissione di valori legati alla conservazione, alla violenza e alla diffidenza. Tutti hanno concordato sul fatto che l’antimafia non è una professione, né un momento di affermazione di singoli personaggi, né tantomeno un momento di passiva riproduzione della memoria, ma un momento militante che nasce da situazioni reali, legate ai problemi della società e che si esercita con forme di militanza legate ai bisogni e ai problemi del territorio. Rino Giacalone ha continuato i lavori parlando del processo a Mauro Rostagno, iniziato 22 anni dopo la sua morte, dei depistaggi delle indagini, del lavoro approssimativo svolto dagli inquirenti, che non hanno preso atto di preziosi reperti e di testimonianze finite in altri fascicoli. Ha parlato anche della mafia trapanese, della sua grande capacità di gestione economica dei capitali sporchi, delle propaggini legate alla mafia palermitana, del ruolo di controllo e di gestione di un territorio nel quale l’omicidio o la pacifica realizzazione del profitto sono portate avanti con abilità e con maestria. I lavori sono proseguiti con una relazione di Stefania Pellegrini, docente di sociologia del diritto presso l’Università di Bologna, la quale ha parlato delle ramificazioni della mafia e della ndrangheta in Emilia Romagna e del notevole livello d’inquinamento con le istituzioni. Stessa analisi ha fatto Fernando Sgarlata, presidente del Comitato Antimafia Peppino Impastato di Brescia, che ha citato una serie di esempi con i quali si è dimostrata, con atti giudiziari e indagini, la presenza della mafia in Lombardia e la verità di quanto era stato detto già da Saviano, malgrado le obiezioni di Maroni. Il quadro delle presenze mafiose nel resto d’Italia è stato completato dai compagni di Rosarno, che hanno parlato della loro lotta e dell’alto livello di sfruttamento del loro lavoro in Calabria. In serata è stato portato in scena, dal gruppo dell’Associazione Metropolis di Castellammare del Golfo, lo spettacolo teatrale di Giuseppe Fava “Arringa”.
(S.V.)