
Oggi, 8 dicembre, i lavoratori di diversi centri commerciali d’Italia protesteranno contro la domenica lavorativa e la liberalizzazione dell’orario, che unito a condizioni sempre più dure e contratti precari, sacrificano la vita alla logica del profitto.
A Firenze i lavoratori dell’Ataf, così come pochi giorni fa a Genova i lavoratori dell’Amt, sono entrati in sciopero contro la privatizzazione del servizio pubblico di trasposto, contro le politiche di flessibilità, per la salvaguardia del proprio lavoro, incarnando rivendicazioni di milioni di lavoratori.
A Palermo il 6 dicembre gli operai della Fincanteri hanno indetto uno sciopero di otto ore contro la privatizzazione e le politiche di risanamento aziendale che gravano sui lavoratori, molti dei quali già in Cassa integrazione straordinaria a zero ore.
Sempre a Palermo gli operai della Gesip, società di servizi del Comune in liquidazione, sono tornati a protestare contro l’assoluta indeterminatezza delle prospettive lavorative e di vita raccogliendo repressione: è stato convalidato l’arresto di un operaio fermato durante la mobilitazione.
Le lotte per il diritto all’abitare, per il blocco degli sfratti, le occupazioni si radicano giorno dopo giorno.
Gli studenti occupano le scuole, rivendicando il diritto al sapere pubblico, laico e solidale.
Gli spazi sociali rischiano sgomberi e l’antifascismo è freddamente e violentemente caricato e processato.
Emergono tutte le contraddizioni e la repressione di un sistema che si autopreserva nell’interesse del profitto.
La protesta nasce giorno dopo giorno come piccoli focolai.
Sotto il respiro di queste lotte milioni e milioni di lavoratori, studenti, disoccupati sottovoce lamentano la totale assenza di giustizia sociale.
La repressione del dissenso è l’unica composita risposta che il sistema è capace di dare.
Se un lavoratore incrocia le braccia è inadempimento contrattuale sanzionabile anche con il licenziamento.
Se una famiglia occupa abusivamente un immobile è reato punibile anche con la reclusione fino a due anni.
Se uno studente scende in piazza a gridare la propria indignazione, quando va bene, è un deviato da recuperare e far rientrare nel “normato”.
Ma se più lavoratori incrociano le braccia, anche contro le logiche filopadronali, legislative e sindacali, se più famiglie occupano spazi abitativi, se migliaia di studenti contestano il sistema scolastico allora è sempre un atto politico di rivendicazione.
Se le lotte dei lavoratori si uniscono alle lotte degli studenti, alle lotte per il diritto all’abitare, alle lotte per la difesa del territorio, alle lotte antimperialiste e antimilitariste, alle lotte per il diritto alla salute, alle lotte di genere, alle lotte anticapitaliste e antifasciste, se difendiamo i nostri spazi, se il dissenso mantenendo la propria particolare identità si connette, allora si avrà un’unica lotta sociale, un’unica risposta alla repressione, un’unica piazza.
Valentina
